Nella storia plurimillenaria della cultura cinese le arti marziali hanno sempre avuto un ruolo di primo piano. Centinaia di grandi pensatori sono stati esperti conoscitori sia delle arti del pensiero che delle arti del combattimento. Nel corso dei secoli il rapporto tra filosofia e arti marziali è diventato tanto stretto che queste ultime sono persino diventate argomento di studio nei monasteri.

Una tecnica esiste solo in un dato momento, in una data situazione, non è universale ed è solo il frutto dell’espressione di un principio. Nasce per scopi didattici, da un principio si creano una serie di tecniche e si insegnano per far si che il praticante impari.
Tramite l’esecuzione delle tecniche il praticante capisce e impara il principio che da vita a quelle tecniche e diventa in grado di crearne di nuove adatte di volta in volta alle differenti situazioni.
Cosa succede se non si riesce a capire la differenza tra la tecnica e il principio? Accade che si pratica un’arte marziale per anni, si conoscono migliaia di tecniche che probabilmente non serviranno mai a nulla perché nel momento del bisogno non affioreranno. Se non si sarà in grado di capire l’essenza delle tecniche e sarà come studiare a memoria senza capire quello che studiamo. Di fatto non capiremo mai la disciplina che pratichiamo, ma conosceremo solo quel pacchetto di tecniche eseguite nella palestra che frequentiamo.
Se invece riusciremo a capirne i conetti saremo in grado di imparare da qualunque arte marziale e da chiunque facendo “nostra” l’arte. Saremo in grado di costruire infinite tecniche senza pensare, agendo solamente.

Il Wing Chun non è fatto di tecniche, ma di concetti.

“E’ difficile per uno studente trovare un buon maestro, ma è ancora più difficile per un maestro trovare un buon allievo”. (Yip Man)